CaveAl margine sud-occidentale dei Monti Pisani si apre il grande squarcio nella parete del monte: la grande cava di calcare di Uliveto. Da tempo immemorabile il calcare per la costruzione è stato estratto a Uliveto Terme. E da tempo quasi altrettanto immemorabile è stato trasportato sul fiume tramite l’imbarcazione tradizionale: il navicello. La cava si apre nel calcare massiccio (databile al Giurassico) che, a Uliveto, raggiunge spessori di 150 metri. Gli ulivetesi sono stati da sempre, cavatori e navicellai. A volte entrambe le cose. A Uliveto ci sono tre cave. La principale è stata chiusa nel 1986 ed è visibile da chilometri di distanza, perfino dall’isola di Gorgona, quando l’aria è tersa. Raggiunge un’altezza massima di 175 metri e nel corso dei secoli ha fornito più di 2 milioni di metri cubi di roccia da costruzione. Il calcare ulivetese è stato utilizzato, in massima parte, per farne cemento e malta cementizia. Grandi blocchi sono finiti a costituire la scogliera frangiflutti esterna di Marina di Pisa. Non è una pietra pregiata, né dall’aspetto elegante come il calcare metamorfico bianco di San Giuliano Terme, col quale sono stati eretti i monumenti di Piazza del Duomo a Pisa. È al contrario una pietra dura, resistente, pesante e grigia. La sua origine marina ha intrappolato nel reticolo cristallino sostanze chimiche, o tracce di esse, che si liberavano appena venivano a giorno a causa dei fori praticati con le perforatrici idrauliche, emettendo un odore sgradevole. I geologi, incuriositi dal fenomeno, chiamarono questa roccia ‘calcare fetido’. Ma molto prima dei moderni mezzi per praticare fori da esplosivo, l’unico mezzo per ottenere questo materiale era quello di strapparlo (appunto: cavarlo) a forza dalla montagna. La mazza, il badile, il cuneo (per ’sgaggiare’, cioè per separare i sassi più piccoli dalla massa compatta di un blocco) sono stati i compagni di vita di generazioni di ulivetesi. Allora, il termine per definire questi uomini non era cavatori, bensì, molto più realisticamente ‘gli spaccapietre’. Un’altra cava, abbandonata da circa trecento anni perché presto esaurita e dalla roccia troppo fessurata e pericolosa, si trova accanto all’odierna chiesa di SS Salvatore. Un altro tentativo di cavar roccia dal monte è stato fatto un tempo fra il quartiere della Annunziata e Caprona, ma le operazioni di estrazione si sono fermate dopo poco, tanto che oggi la piccola parete di cava si è completamente rivegetata. Il periodo di maggiore attività della cava di Uliveto è stato a cavallo degli anni ’60. Riaperta dalle truppe americane per esigenze logistiche, appena un giorno dopo l’arrivo degli Alleati in paese, la cava di Uliveto ha prodotto la maggior parte del suo materiale quando si è potuta unire una certa celerità di trasporto, quindi dopo l’asfaltatura della via Vicarese, con l’efficienza estrattiva dovuta all’uso di tritolo (al posto della polvere nera o del fulminato di mercurio) e della pentrite, unite con la meccanizzazione dello stesso piazzale di cava che ospitava anche una sede ferroviaria a scartamento ridotto sui cui vagoncini viaggiava il materiale. Nel secondo dopoguerra fu installato anche, accanto alla laveria del materiale, un frantumatore (il ‘concassore’) per una prima lavorazione del materiale. Oggi la cava si presenta come una parete strapiombante, quasi completamente nuda, che si affaccia su un piazzale nel quale, accanto agli scheletri delle attrezzature che ne fanno un interessante sito di archeologia industriale, ancora si trovano grossi mucchi di materiale sbriciolato, ormai colonizzati dall’erba e dai cespugli e avvolti nel silenzio.